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Alcuni film, anche quando passano in silenzio nelle sale, o escono senza troppi clamori, stranamente finiscono per diventare dei piccoli cult (ad esempio Donnie Darko). Garden State può idealmente rientrare tra i film generazionali, quelli dei quasi trentenni che non sanno ancora quale sia la propria strada. Andrew Largeman (Zach Braff) torna dopo nove anni nella sua cittadina natia del New Jersey, “Garden State” d’America, per i funerali della madre.

Continuano, incessanti, le conquiste di questo farfallone dai capelli brizzolati: Lisa Snowden, Traylor Howard, Julia Roberts, Renée Zellweger, Mariella Frostruo, Jennifer Siebel e Krista Allen. Ma le donne, si sa, fanno rima con gli affari, ed eccolo dunque a capo della compagnia di produzione televisiva e cinematografica Maysville Pictures, nonché della Section Eight (della quale è stato socio fino al 2006 assieme a Soderbergh) e della Smoke House assieme all’attore Grant Heslov.Dopo il film tv A prova di errore (2000) di Stephen Frears, lasciati per sempre i panni del Dottor Ross, recita nel drammatico La tempesta perfetta (2000) di Wolfgang Petersen, passando a film più impegnati quando i fratelli Coen lo vorranno come protagonista dai baffetti alla Clark Gable di Fratello, dove sei? (2000) per il cui ruolo di un Odisseo moderno vincerà il Golden Globe come miglior attore. Soderbergh, che in lui vede un po’ di quel fascino alla Frank Sinatra, gli offre il ruolo di Ocean, criminale con lo smoking che organizza il colpo della sua vita (rubare soldi e amante al proprietario di un casinò di Las Vegas) nel remake di Colpo grosso, Ocean’s Eleven Fate il vostro gioco (2001).

Non sempre va bene (a esempio con Prestazione straordinaria, 1994), ma il suo cinema raramente è gratuito o superfluo. Questa autobiografia degli Anni Settanta e di una adolescenza meridionale (ben fatta quasi quanto quella ambientata ad Ascoli Piceno ne Il grande Blek di Piccioni di cui Rubini è stato coprotagonista) è divertente, sottile, molto sentita, anche commovente.Gli anni 70 in jeans del quinto film di Rubini sono un tenero flash back sulla provincia pugliese, sui ritmi blandi di una giovinezza pronta ad una trasformazione che non avverrà, sui primi amori. La banda rock, le eterne soste ai bar, gli innocui gesti di rivolta, la filodrammatica che mette in scena un testo improponibile, le serate in casa di tre emancipate e esotiche ragazze del Nord, Tea, Gaia e Lena, figlie di un ingegnere di Monza arrivato per occuparsi di una delle tante cattedrali nel deserto del Sud.Tutto l’amore che c’è sembra un titolo preconfezionato ma, a pensarci bene, è l’espressione più vicina (e morbidamente naf) per quantificare il sentimento amoroso che sboccia in età verde, quando la passione dell’attimo rende l’amore un concetto privo di confini apparenti.

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